Consapevolezza Bullismo

Consapevolezza e informazione servono a contrastare il bullismo

Al fine di promuovere programmi di prevenzione e intervento efficaci occorre fare formazione e informazione e nel caso del Cyber-Bullying in particolare serve creare consapevolezza sulle opportunità della tecnologia ma anche sui rischi potenziali ad essa correlati.

Il fenomeno della violenza ondine ha matrice essenzialmente psicologica e pertanto l’azione prioritaria è prevalentemente quella dell’informazione.

Nello specifico deve trattarsi di un’informazione tesa a promuovere e favorire un approccio cauto e prudente sia a livello comportamentale del singolo nell’utilizzo del proprio PC e con le proprie relazioni e connessioni (one-to-one) sia nell’interazione dinamica nel web tra il singolo e le communitiy di appartenenza (one-to-many) e tra internauti sconosciuti dei social network (many-to-many).

In tutto questo è essenziale accompagnare e seguire il giovane facendo "cultura del web" il che vuol dire supportare la percezione corretta dello schermo del PC, vuol dire fornire strumenti, regole e modelli comportamentali, vuol dire disciplinare il COME devono interagire gli utenti del web e quali sono i rischi e le conseguenze di comportamenti scorretti o borderline.

Lo schermo del PC in particolare ha tre limiti principali:

1.non consente di vedere cosa succede all’altro ovvero quali reazioni induce nell’altro un nostro comportamento che si tratti di un’azione, di un’email, di un post in Facebook

2.impedisce o modifica la percezione e induce a sottostimare l’effetto o l’entità dello stesso, alterandone portata, entità e gravità. Errori di valutazione possibili soprattutto nei giovani dai 9 ai 14 anni che escono dall’infanzia e dell’egocentrismo, e che quindi sono indotti dalla percezione che si tratti di un gioco o di uno scherzo

3.ritarda e non fa percepire il danno reale ed oggettivo derivante dai propri comportamenti o ancora peggio il reato.

Tra i 10 e gli 11 anni di fatto i ragazzi si ritrovano ad essere dotati di ogni tipo di digital device, device assolutamente performanti, dotati di ogni tipo di funzionalità, senza che di fatto ne conoscano le regole di utilizzo perché nessuno le ha mai definite o fissate per loro né spiegate. Agiscono quindi senza ricevere nessuna spiegazione dal mondo degli adulti, nessuna indicazione a loro beneficio, a tutela della loro sicurezza e di quella degli altri peer.

Né sono mancate le campagne di sensibilizzazione e consapevolezza da parte ad esempio della stessa Microsoft o comunque iniziative con valenza informativa e formativa che si indirizzano soprattutto agli adulti perché ad essi spetta la responsabilità del controllo e della vigilanza sui minori che siano i propri figli, i propri allievi o il proprio team sportivo.

D’altra parte non si può neppure sottovalutare l’altro temibile fattore di rischio rappresentato dall’assenza di qualsiasi freno inibitore dovuto all’anonimato ovvero alla falsa credenza si tratti di anonimato, all’illusione cioè di “poter fare” ovvero di “aver il potere di fare” proprio per effetto della situazione stessa di essere da soli davanti a un PC senza che nessuno veda, riferisca, impedisca, giudichi, condanni, punisca.

Il minore cioè si sente autorizzato e legittimato ad attuare comportamenti di prevaricazione e in questo senso l’utilizzo di internet richiede davvero di essere opportunamente disciplinato o quantomeno vigilato.

L’assenza di qualsiasi tipo di guida/indirizzo/tutorship può creare le condizioni per un utilizzo quantomai rischioso di internet.

Questo non vuol dire però voler demonizzare la tecnologia. Del resto non sarebbe neppure l’approccio giusto per affrontare il problema del Cyber-Bullying.

Non è impedendone l’utilizzo ma semmai normandolo che si riescono ad impedire gli effetti più gravi e magari anche a prevenire i reati che da un utilizzo scellerato, senza regole e in ogni caso poco cauto possono discendere.

E' la stessa cosa che abbiamo visto accadere nel caso del mobbing. Il mobber cieco e ottenebrato nella sua azione persecutoria contro la vittima ignora sia i rischi di reato che il suo comportamento genera nei confronti della vittima che i rischi di contenzioso legale che egli pone in essere con le sue stesse azioni per la stessa azienda per cui lavora, stante la responsabilità del datore di lavoro.

D'altra parte se il mobber fosse sano di mente e lucido e non irrazionale nella sua follia persecutoria cesserebbe ogni ostilità verso la vittima. E se la vittima fosse informata e consapevole, magari seguendoci in MOBBIBLE, cesserebbe di sentirsi tale in quanto sarebbe capace di difendersi.

Ma allora qual è la soluzione? Ecco la chiave e insieme la soluzione del problema: anche internet deve diventare terreno di dialogo e di convergenza genitori-figli.

Il dialogo è la chiave in quanto lasciando isolati i propri figli davanti a un PC si ingenera in essi la percezione di isolamento, il figlio sa che è solo e questa sensazione lo orienta in tutti i suoi comportamenti dentro e fuori la rete e può addirittura spingerlo o determinarlo ad atti poco razionali ed incontrollati.

La risposta al bullismo e al Cyber-Bullying la devono dare in modo decisivo i genitori o gli insegnanti o l’adulto più prossimo ai minori: è da evitare in ogni modo o, meglio ancora, non è in nessun modo da tollerare che il minore rimanga solo e si senta solo e non sappia a chi rivolgersi in caso di aiuto e arrivi per questo ad autoconvincersi di non avere nessuno disposto ad ascoltarlo.

Questo vuol dire fare prevenzione non solo contro il rischio suicidiario ma anche contro il rischio di vittimizzazione da bullismo.

Informazione e formazione vanno declinate insieme a tutti i livelli, sui minori e sugli adulti.

Il rischio è infatti già insito nei comportamenti di ogni giorno che il minore mette in atto senza neppure sapere che si tratta di comportamenti scorretti e rischiosi per la sua stessa sicurezza e che creano le precondizioni perché loro stessi diventino oggetto di bullismo o peggio coautori di reati.

Manca la consapevolezza dei rischi ovunque, su Facebook, su Youtube come su Instagram o su Twitter e quel che è più grave è che spesso la denuncia alla Polizia Postale o la rimozione di un profilo Facebook o di un post non fa cessare affatto la dinamica persecutoria.

Ciò che servirebbe sarebbero dei Codici di Condotta, dei protocolli di comportamento, misure che educhino l’utente e lo indirizzino nei comportamenti, soprattutto in quanto minore.

Particolare attenzione in tal senso sta prestando il Miur non solo verso le scuole, gli Istituti di istruzione, ma anche verso le specifiche figure professionali che sovrintendono alla formazione degli insegnanti e in generale del corpo docente.

La formazione deve privilegiare essenzialmente la consapevolezza dei rischi (risk awareness) e serve a dare gli strumenti più adeguati per gestire tali rischi e soprattutto a fronteggiare le situazioni borderline.

Di fatto, quello che emerge dai dati raccolti dalla Polizia Postale, è che nei minori di 13 anni si evidenziano troppo spesso due fattori:

-l’assoluta mancanza di conoscenza dei rischi dell’utilizzo dei nuovi media

-l’assoluta mancata percezione dei rischi di reato cui si aggiunge nella maggioranza dei casi il timore di dover subire punizioni.

Tutto questo favorisce ovvero alimenta il CyberBullying.

Infatti entrambi i fattori favoriscono il silenzio impedendo di fatto la costruzione di quella rete, il cosiddetto “telling environment” essenziale per l’intercettazione delle situazioni di bullismo.

Quando mancano la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno mancano le chiavi per poterlo interpretare e quindi gestire.

Con il risultato di ritrovarsi ad essere due volte vittima, la prima volta vittima del comportamento del bullo e la seconda volta vittima del silenzio di tutti, vittima cioè ad opera di chi anziché rimanere muto bystander inerme e passivo avrebbe potuto fare qualcosa uscendo dall’immobilità generale.

Lo stalking, come il bullismo e analogamente il mobbing non sono che la manifestazione di comportamenti e di atti violenti che di per se stessi non costituiscono reato ovvero che non ricadono in specifiche figure incriminatrici ma che possono nondimeno portare alla messa in atto di condotte criminose inquadrabili come fattispecie di reato.

A beneficio della chiarezza dunque il bullismo non è reato, reato però possono essere alcuni comportamenti e sicuramente molti degli effetti e delle implicazioni che potenzialmente ne derivano.

Tutte le Direttive a livello nazionale come anche europeo, focalizzano l’attenzione principalmente sulla necessità di evitare gli effetti e le conseguenze peggiori di cui la più grave è sicuramente il suicidio.

Per tali ragioni, esse disciplinano in via prioritaria quei comportamenti atti a prevenire il problema o a intervenire correttamente e in modo tempestivo al verificarsi di determinate situazioni di allarme per farlo cessare.

Poche ma intuitive sono le principali linee guida:

-muoversi per tempo e bene;

-entrare in contatto con la vittima e quando è chiaro che non riuscirà a reggere la situazione e a sopportarne gli effetti evitando che la stessa degeneri e comprometta la sicurezza della vittima o il suo stato di salute;

-coinvolgere i peer ovvero responsabilizzare attivamente il gruppo, la collettività, i compagni, il contesto.

L’isolamento può essere altamente pericoloso e devastante è farne esperienza.

Quando si verificano le conseguenze estreme è sempre perché o troppi si sono distratti o nessuno ha fatto nulla.

Per destrutturate il bullismo e il Cyber-Bullying serve la giusta attenzione che non vuol dire allarmismo, eccesso di paura o terrorismo paralizzante che sterilizzerebbe e renderebbe vana qualsiasi contromisura. Avere la giusta attenzione vuol dire invece agire su più fronti a tutti i livelli.

Vuol dire creare conoscenza, informazione, condivisione di esperienza, ma anche fare networking. In questo anche la Polizia Postale crede e anche questo vuole fare.

A cominciare dall’identificazione del target delle campagne di sensibilizzazione e informazione, un target che va ripensato e spostato a fasce d’età molto più basse, a cominciare dalla quarta, quinta elementare e sempre inclusivo delle scuole medie.

Infatti orientarsi sui giovani appartenenti a fasce d’età maggiori sarebbe inefficace e sicuramente meno utile in quanto i giovani appartenenti a tali fasce hanno già delle acquisizioni cognitive e sono molto meno ricettivi dei teen.

Diffondere in anticipo le regole di comportamento da tenere sui social media vuol dire davvero aiutare a prevenire il Cyber-Bullying.

Di questo ne siamo certi. Cominciamo quindi anche noi ad estendere questo nostro primo importante approfondimento.

Non smettete di seguirci e di aiutarci con proposte, idee e suggerimenti.

C'è bisogno di tutti! Tutti possiamo fare qualcosa! Scendiamo in campo insieme!

Anche tu con Metron Antropos NPO!

#Bullying #Cyber-Bullying: Metron Antropos NPO fa il punto con la Polizia Postale

 Iniziative Metron Antropo NPO contro Bullying e Cyberbullying : Il Focus con la Polizia Postale

Tratto dall'intervista su Cyber-Bullying e Bullismo alla Dott.ssa Cristina Bonucchi Direttore Tecnico Principale Psicologo Unità di Analisi dei Crimini Informatici CNCPO Polizia Postale e delle Comunicazioni del Ministero dell’Interno da parte della Dott.ssa Anna Maria Olori Presidente Metron Antropos NPO

Definiamo meglio il Bullismo

Il bullismo può essere oggettivamente definito come la messa in atto di comportamenti aggressivi di tipo prevaricatorio, delatorio o persecutorio, premeditati e reiterati nel tempo, da parte di soggetti in posizione dominante (o bulli) nei confronti di soggetti più deboli e incapaci di difendersi (le vittime), che tra loro si conoscono.

I casi di bullismo riportati dalla Polizia Postale sono per lo più inquadrabili in questa fattispecie e ricadono quasi tutti in questo perimetro.

Il bullismo si origina in un contesto noto

Il bullismo si origina prevalentemente in un contesto noto rappresentato prevalentemente dall’ambito scolastico e da quello sportivo, che costituiscono i fronti più importanti in cui si manifesta il fenomeno ma un altro contesto che merita attenzione e preoccupazione via via crescenti, più propriamente terreno per il Cyber-Bullying, è quello della rete e più specificamente dei social media.

Il digital divide in Italia determina la prevalenza di un bullismo di tipo tradizionale

Il nostro Paese, l’Italia, a causa del digital divide, rispetto ad altri Paesi Europei e ad altre nazioni del mondo, sconta un ritardo nella diffusione e nell'utilizzo  di internet, quindi nella portata del fenomeno del Cyber-Bullying. Per tali ragioni, è ragionevole sostenere che prevalga in Italia ancora un bullismo di tipo tradizionale accanto a forme emergenti di Cyber-Bullying.

Esistono diverse iniziative avviate dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca per combattere il bullismo e promuovere la cultura della legalità e del benessere. Il Miur assicura da tempo un presidio costante per fare informazione, prevenzione e promozione di iniziative di contrasto al fenomeno del bullismo nelle scuole, di cui il Cyber-Bullying è solo un aspetto. Questi tipi di comportamento, sempre da censurare in ogni possibile manifestazione, sono attuati in forme diverse, spesso difficili da prevedere, ma soprattutto legate in molti casi ad una coincidenza di forme di disagio sociale non ascrivibili solo al contesto educativo scolastico. Purtroppo, in alcuni casi gli atti di bullismo e Cyber-Bullying assumono connotazioni più tragiche, come testimoniano alcune vicende di cronaca assurte all’attenzione generale dei cittadini attraverso i media.

I luoghi "virtuali" sono i fronti più caldi a rischio cyber-bullying dov'è più facile restare vittime di fattispecie criminose 

I fronti più caldi di rischio sono costituiti dai social network e dai giochi di ruolo online: piattaforme di comunicazione in tempo reale e di condivisione quotidiana altamente frequentate dai giovani e non solo. 

I casi più rappresentati nelle denunce sono costituiti da:  

a) Sostituzione di persona attraverso la creazione di falsi profili a nome di altri, accesso a caselle di e-mail personali con sottrazione di username e password, per :

- Agire scorrettamente online a nome di altri (scherzi, insulti, dispetti informatici, etc.);

- Diffondere informazioni private più o meno veritiere (raccontano di esperienze, dichiarano inclinazioni, affermano disponibilità di natura sessuale);

- Carpire informazioni del sostituito;

b) Pubblicazione non autorizzata di informazioni private in luoghi virtuali “equivoci”: numeri di cellulare, indirizzo, email;

c) Pubblicazione online di filmati girati on i telefonini che riguardano:

- Momenti intimi tra minorenni;

- Prepotenze e dispetti messi in atto nei confronti di compagni;

- Danneggiamenti.

Il bullismo nasce nella vita reale e le sue conseguenze sono sempre dolorose quando non drammatiche

Le persecuzioni, gli insulti, i dispetti nascono nella vita reale, all’interno di dinamiche di socializzazione tipiche di una fase evolutiva assai effervescente e mutevole ma producono effetti importanti per gli autori da un punto di giuridico e dolorosi da un punto di vista psicologico per le vittime. 
 
Le denunce sporte direttamente da minori in riferimento a prepotenze su internet nel 2013 sono ancora poche e questo è uno dei frutti della difficoltà di riconoscere la gravità delle prepotenze, conducendo a subire senza chiedere aiuto o a farsi “giustizia” da soli. La vergogna di essere delle vittime, nonché il timore delle punizioni da parte dei genitori come la eventuale sottrazione di smartphone e pc, incentivano vittime e autori al silenzio, tenendo sempre alto il numero oscuro.
 
Consapevolezza e informazione sono quanto mai necessarie per contrastare o prevenire il Cyber-Bullying

Al fine di promuovere programmi di prevenzione e intervento efficaci occorre fare formazione e informazione e nel caso del Cyber-Bullying, ancora di più, serve creare consapevolezza sulle opportunità della tecnologia ma anche sui rischi potenziali ad essa correlati.

Il fenomeno della violenza ondine ha matrice essenzialmente psicologica e pertanto l’azione prioritaria è prevalentemente quella dell’informazione.

Nello specifico deve trattarsi di un’informazione tesa a promuovere e favorire un approccio cauto e prudente sia a livello comportamentale del singolo nell’utilizzo del proprio PC e con le proprie relazioni e connessioni (one-to-one) sia nell’interazione dinamica nel web tra il singolo e le communitiy di appartenenza (one-to-many) e tra internauti sconosciuti dei social network (many-to-many).

In tutto questo è essenziale accompagnare e seguire il giovane facendo "cultura del web" il che vuol dire supportare la percezione corretta dello schermo del PC, vuol dire fornire strumenti, regole e modelli comportamentali, vuol dire disciplinare il "come" devono interagire gli utenti del web e quali sono i rischi e le conseguenze di comportamenti scorretti o borderline.

D’altra parte non si può neppure sottovalutare l’altro temibile fattore di rischio rappresentato dall’assenza di qualsiasi freno inibitore dovuto all’anonimato ovvero alla falsa credenza si tratti di anonimato, all’illusione cioè di “poter fare” ovvero di “aver il potere di fare” proprio per effetto della situazione stessa di essere da soli davanti a un PC senza che nessuno veda, riferisca, impedisca, giudichi, condanni, punisca.

Il minore cioè si sente autorizzato e legittimato ad attuare comportamenti di prevaricazione e in questo senso l’utilizzo di internet richiede davvero di essere opportunamente disciplinato o quantomeno vigilato.

L’assenza di qualsiasi tipo di guida/indirizzo/tutorship può creare le condizioni per un utilizzo quantomai rischioso di internet.

Questo non vuol dire però voler demonizzare la tecnologia. Del resto non sarebbe neppure l’approccio giusto per affrontare il problema del Cyber-Bullying. Non è impedendone l’utilizzo ma semmai normandolo che si riescono ad impedire gli effetti più gravi e magari anche a prevenire i reati che da un utilizzo scellerato, senza regole e in ogni caso poco cauto possono discendere.

Vedremo più avanti quali sono i modelli virtuosi in tal senso.

Come smascherare il bullo

Bulli come smascherarli

Sono tre le tipologie possibili di bullo davanti al quale possiamo trovarci:

1) i bulli dominanti ovvero self confident: fisicamente più forti della media dei coetanei e sicuramente della vittima, hanno un forte bisogno di autoaffermazione e di dominio, traggono soddisfazione nel sottomettere e umiliare gli altri, non rispettano le regole, hanno scarsa empatia e non provano mai sensi colpa; godono di media popolarità nel proprio contesto

2) i bulli gregari o ansiosi-passivi: sono quelli che avendo bisogno di autoaffermazione si uniscono al bullo dominante di cui spesso eseguono gli ordini; si tratta di un gruppetto di due o tre persone che coadiuvano il bullo self confident nelle sue condotte persecutorie e vessatorie, sono soggetti più ansiosi ed insicuri, sicuramente meno brillanti o addirittura scarsi a livello scolastico, godono di bassa popolarità e prendono forza dall'agire in gruppo, dall'accedere al gruppo dei "forti"

3) i bulli-vittime: sono vittime a loro volta che reagiscono alle prepotenze subite in modo incontrollato ed iperreattivo, innescando circoli viziosi di elevata conflittualità; sono soggetti impopolari, irritabili che presentano fragilità di tipo emotivo e con difficoltà a livello cognitivo, sono bulli in alcune situazioni e vittime in altre e il più delle volte non godono affatto di popolarità.  

                          

E' innegabile che ogni forma di violenza e prepotenza sia ascrivibile sempre a qualche forma d’inadeguatezza a livello di percezione e gestione delle principali emozioni.

I bulli che vedono nella prepotenza e nell'arroganza come anche nell'utilizzo della forza il modo per gestire i conflitti sociali non sono quasi mai in grado di vivere pienamente e adeguatamente le emozioni positive e di contatto emotivo.

Conseguenze BULLISMO: disagio e depressione sulla VITTIMA, reati e comportamenti anti-sociali sul BULLO

Allarme Bullismo: disagio, malessere e depressione gli effetti sulla vittima

l Bullismo ha delle conseguenze nel breve termine e nel lungo periodo tanto sulla vittima quanto sul bullo.

Per quanto riguarda il bullo secondo il parere di alcuni studiosi come Smorti e Pagnucci, (1999 in Fonzi ed.) le conseguenze nel breve termine sono sicuramente un basso rendimento scolastico, l'incapacità di controllo emotivo unita alle difficoltà nella gestione delle relazioni fuori e dentro il contesto scolastico, come anche la mancanza di rispetto per le regole.

Nel lungo termine nel bullo si determinano un ben più grave peggioramento del rendimento scolastico, seguito da bocciature o dall'inesorabile abbandono scolastico, come anche comportamenti sempre più devianti e antisociali quali crimini, atti di vandalismo, furti, abuso di sostanze, violenze anche in famiglia e aggressività sul lavoro.

Per quanto riguarda invece la vittima, le conseguenze  breve termine sono: persistenti forme di disagio fisico come mal di pancia, dolore gastrico, emicrania, ma anche sindromi da disagio psicologico quali insonnia, ansia, difficoltà nell'apprendimento, problemi di concentrazione, calo del rendimento scolastico, insicurezza, rifiuto di andare a scuola, solitudine e bassa autostima.

 

Le conseguenze a lungo termine sulla vittima ascrivibili all’esperienza traumatica sono: rifiuto verso l'attività scolastica, ansia, sintomi depressivi, abbandono scolastico, angoscia e attacchi di panico fino a veri e propri comportamenti autodistruttivi/autolesivi, i disturbi del comportamento alimentare come anoressia e bulimia o l'abuso di sostanze. 

Se a livello soggettivo si possono manifestare e/o aggravare sensazioni di insicurezza, ansia, bassa autostima, problemi nell’adattamento socio-affettivo, a livello sociale si assiste al progressivo isolamento, all'abbandono delle relazioni e della vita sociale, fino al cosiddetto social outcast.

Cyber-bullismo: una seria minaccia per i minori

Cyber-Bullismo: la minaccia per i minori corre sui social media

Parlano chiaro i risultati della Ricerca "I ragazzi e il cyber bullismo" realizzata per Save the Children da Ipsos (*) e pubblicata in occasione del Safer Internet Day, istituito dalla Commissione Europea per la promozione di un utilizzo consapevole e responsabile dei nuovi media tra i più giovani. 

Il cyber-bullismo è un fenomeno preoccupante che riguarda non solo i pre-adolescenti ma anche i teenager, quanto mai sintomatico di una socialità aggressiva, denigratoria, discriminatoria e violenta

Sui social network avvengono gli attacchi più frequenti dei cyber bulli (61%), che di solito colpiscono la vittima attraverso la diffusione di foto e immagini denigratorie (59%) o tramite la creazione di gruppi “contro” (57%). Giovani sempre più connessi, sempre più prepotenti: 4 minori su 10 testimoni di atti di bullismo online verso coetanei, percepiti “diversi” per aspetto fisico (67%) per orientamento sessuale (56%) o perché stranieri (43%).

Madri “sentinelle digitali”: 46 su 100 conoscono la password del profilo del figlio, nota al 36% dei padri.

Ben i 2/3 dei minori italiani riconoscono nel cyber bullismo la principale minaccia che aleggia sui banchi di scuola, nella propria cameretta, nel campo di calcio, di giorno come di notte, consapevoli, soprattutto le ragazze, che alcuni degli ultimi tragici fatti di cronaca sono molto (33%) o abbastanza (48%) connessi al fenomeno.

 

Tra gli effetti del cyber-bullying, il rischio che gli episodi di violenza o minaccia online compromettano il rendimento scolastico (38%, che sale al 43% nel nord-ovest), la minore propensione all'aggregazione della vittima (65%, con picchi del 70% nelle ragazzine tra i 12 e i 14 anni e al centro) e, nei peggiori dei casi, serie conseguenze psicologiche come la depressione (57%, percentuale che sale al 63% nelle ragazze tra i 15 e i 17 anni, mentre si abbassa al 51% nel nord-est).

Il cyber-bullismo viene considerato il più pericoloso tra le minacce tangibili per il 72% dei ragazzi intervistati (percentuale che sale all’85% per i maschi tra i 12 e i 14 anni e al 77% nel sud e nelle isole, ), più della droga (55%), più del pericolo di subire molestia da parte di un adulto (44%) e più del rischio di contrarre una malattia sessualmente trasmissibile (24%). 

 

(*) Ricerca Save the Children (810 interviste online con metodologia CAWI a ragazzi di età compresa fra 12 e 17 anni, 20-26/01/13).

 Fonte: www.savethechildren.it